Dicevo… io sono una che ciprova. Nel senso buono del termine, s’intende.
Quando ho deciso che mi
sarei cimentata nella fotografia per stare accanto al ragazzone (leggi qui)
sapevo di non sapere.
E per non trasformare i
nostri incontri in pallosissime sessioni su esposimetri e diaframmi, mi sono
iscritta ad alcuni corsi.
Tanti corsi (lo ammetto:
non sono propriamente una autodidatta come dicevo qui)!
Corso base, corso
intermedio, avanzato, fai un salto, fanne un altro, fai la giravolta, falla
un’altra volta, dai un bacio a chi vuoi tu.
E proprio grazie a un
bacio ho trovato la mia strada anche se questa volta il ragazzone non c’entrava
nulla.
Un giorno in cui il
richiamo degli Zigoli delle nevi era meno forte, siamo andati a Milano e abbiamo
visto una mostra di Doisneau.
In quel bacio e nelle sue
fotografie c’era tutto quello che mi ha fatto innamorare della street
photography e del bianco e nero:
i contrasti,
la forza,
l’intensità delle cose non
dette,
il movimento di alcuni e
la staticità di altri,
l’attimo che fugge ma che
rimane congelato per sempre in qualcosa che non è per niente freddo,
la sfrontatezza di essere
entrati nella vita degli altri,
la consapevolezza che
quell’istante non tornerà mai più e che quell’istante sia diventato poesia.
Pura poesia bicolor.
Una poesia, una storia.
Qualcosa da raccontare.
Una storia diversa a
seconda dello sguardo che la ascolta.
Mi sono innamorata degli
scatti rubati alla vita altrui, perché la vita più bella è quella spontanea,
quella di chi non ti vede e non sa di essere osservato.
Meglio ancora quella dei
bambini, di coloro che per natura non sanno fingere.
Mi piace il silenzio delle fotografie in bianco e nero.
Perché ogni dettaglio
diventa parola.
Racconta qualcosa in modo
molto lucido, ma a volte anche confuso, quando ci entrano mille sfumature di
grigio.
Mille, perché cinquanta
sono davvero poche.
PS: Ragazzone, cinquanta sfumature vanno più che bene. Rilàssati
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